In una landa abbandonata, ai nostri giorni, Oscuro, un omino sulla sessantina, dai capelli radi, barba grigia, abiti moderni e occhiali da miope muniti di spesse lenti, procede verso occidente, là dove si staglia il sole al tramonto. Sale su una duna che gli permette una più ampia visuale del deserto. Il sole sta calando. Dirimpetto all'astro, a levante, distingue un riflesso luminoso sull'acqua di un grande fiume e, ancor oltre, i resti di una città. Gli si presenta un Uomo, o uno Spettro, che spicca nell'arancio del sole coi colori nero e bianco. Indossa dalla cintola in giù un vestito candido e sul capo regge una corona. Presso di lui cammina una bellissima donna.
Lo Spettro, quello dell'Uomo, è il fantasma di Ekhnatòn. Egli dice: ‘Io fui il Faraone Amen-hotèph IV, lo stesso che in vita tolse dal suo nome ('Ammone è in pace') ogni riferimento a quel dio e preferì farsi chiamare Ekhnatòn ('Colui che piace all'Aten'), in segno di cambiamento della sua personalità. Per tal circostanza i fedeli di Ammone mi chiamarono eretico’.
Subito chiarisce di aver scelto Oscuro perché, aiutato da altri grandi uomini e donne del passato, che si presenteranno per esporre veridicamente fatti e idee, fosse in grado di scrivere quest'opera e potesse riportare il suo ricordo sulla terra. La donna è Nefertiti, sua Grande Sposa Reale. I resti sono quelli della città creata dallo stesso Ekhnatòn, per farne capitale dell’Egitto.
In cambio della fatica, Ekhnatòn darà ad Oscuro la salute e il suo nome non sarà più Oscuro, ma Lucio.
Così l’Autore passa attraverso diverse fasi della storia egizia, in particolare del periodo di Tell El Amarna, e dei racconti biblici (Mosè, Gesù, Ponzio Pilato, Paolo di Tarso) e storici (Omero), con ampie dissertazioni su fatti e letteratura anche più recenti. In questo percorso – sotto forma di Dialoghi, per alcuni aspetti anche di carattere esoterico – con un metodo apparentemente fantastico, ma in realtà frutto di una grande accuratezza scientifica, molto personale e meno serioso di un trattato, Egli coglie le numerose discrepanze tra risultanze di testi e di reperti con le interpretazioni ufficiali date da storici anche di grande fama e ne mette in evidenza le inesattezze e le imprecisioni.
L’opera, infine, culmina nella visione della ‘Legge di Maat’ - o dell’Equilibrio.
Ekhnatòn conclude il libro: “Adesso siamo tutti molto stanchi ed è meglio se ci ritireremo.”
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